L e 8 t a p p e n e i N e b r o d i
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GALATI MAMERTINO
S. MARCO D’ALUNZIO
MILITELLO ROSMARINO
MIRTO
GIOIOSA GUARDIA
BROLO
CAPO D’ORLANDO
S. ANGELO DI BROLO
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GALATI MAMERTINO – IL CASTELLO Il Castello, di fondazione araba, fu per lunghi
secoli la dimora del potere politico di Galati e fulcro del sistema difensivo
dell’intero comprensorio gravitante sulla vallata del torrente Fitalia. Di questo castello, primo elemento portante
dell’edilizia galatese, restano ormai solo dei ruderi informi, ma esso aveva
“molte belle stanze e cisterne, benché poi abbattute dal tempo” (Anonimo) e
successivamente, quando l’evoluzione dei tempi portò la nobiltà nelle nuove
residenze del quartiere Piano, fu utilizzato come prigione. La costruzione del castello di Galati da parte dei conquistatori arabi ebbe una sua logica storica, ovvero la volontà di scacciare gli “infedeli” dalla Sicilia. Dopo che avevano ceduto all’attacco dell’Islam Cefalù (858), Castrogiovanni (859), Siracusa (878), le forze bizantine concentrarono la loro resistenza nel territorio montagnoso e aspro dell’attuale provincia di Messina (Valdemone per gli arabi), munendo e popolando gli acrocori sicuri e adatti al controllo del territorio. La
permanenza araba nella vallata del Fitalia non fu particolarmente lunga e
forse è pure questo il motivo della scarsa impronta lasciatavi. Di quella
dominazione rimangono però qualche cenno nella terminologia dialettale e
tracce nel tessuto urbano formato “da strade di penetrazione nei quartieri e
da vicoli ciechi, le azikka” (Martines). La
riconquista dell’Isola da parte dei Normanni ritrovò, particolarmente in Val
Demone, una consistente etnia greco-cristiana, numerosissima anche nei
piccoli casali: a Galati, la prima chiesa fuori del recinto del castello
venne dedicata a S. Maria Odigitria (poi S. Rocco) venerata a Costantinopoli,
e questa costituirà il cardine di sviluppo del borgo sino alla metà del
secolo XVI. E’ di questo il momento più intenso della vita del castello, ora
proteso alla salvaguardia degli abitanti mediante la protezione delle case
con la cinta muraria e, soprattutto, a dare una vera organizzazione sociale
all’insediamento: di allora rimangono la loggia dei bandi antistante la sede
dell’Universitas galatensis e la torre d’accesso alle mura. La
valorizzazione dei ruderi del castello costituirebbe un anello importante per
la vita del Comune e opportune ricerche consentirebbero la ricostruzione informatica
dell’antico manufatto, a partire da un dipinto presente nell’attuale madre
che ne ha tramandato il disegno. (Salvatore Vicario)
SAN MARCO D’ALUNZIO – LA CHIESA SANTA MARIA DEI POVERI Salendo dalla via principale di S. Marco, l’Aluntina,
poco oltre la Chiesa dell’Aracoeli si incontra l’edificio di S. Maria
dei Poveri, chiesa sconsacrata e oggi destinata a contenitore culturale.
Struttura ad una sola navata, presenta un portale marmoreo in stile barocco
che si affaccia su un sagrato, con un bel pavimento in ciottoli di fiume e
vista sull’ampio panorama del Mar Tirreno che spazia ad ovest fino a Capo
Zafferano. Di antichissima fondazione, la Chiesa esisteva
già nel 1178 con il nome di S. Maria la Nova. Il nucleo originale era costituito
da una cappella con l’immagine della Vergine; in seguito fu ingrandita e
ricostruita nella forma attuale. Il campanile annesso è stato invece
innalzato nel 1778 circa. Occupata dal 1400 dalla Confraternita dei monaci di
Maniace, fu in seguito abbandonata per poi tornare al centro del culto dopo
un evento definito miracoloso che fece cambiare il nome in quello attuale. A
causa della sua esposizione ai forti venti, la chiesa più volte ha subito
gravi danni. Negli anni ’20 il Vescovo e il Genio Civile di Messina ne
disponevano l’abbattimento, ma l’opposizione della comunità fece optare per
la riparazione. Negli anni ’70, poi, furono i cittadini a voler la
demolizione della chiesa per fare posto ad una piazza; la disputa fra
favorevoli e contrari si risolse con la decisione di restaurarla di nuovo con
fondi regionali, il che determinò anche il formarsi di maestranze locali più
qualificate per gli interventi di recupero edilizio. Quello di S. Maria dei Poveri rappresenta un caso esemplare di come le scelte politiche possano incidere, spesso, sulla vita di una comunità. Da diversi anni, ormai, le varie amministrazioni aluntine si sono infatti orientate verso la valorizzazione dei Beni Culturali (scavi archeologici e restuari). Ciò ha pure prodotto il recupero di ampi brani del patrimonio immobiliare privato in disuso, che è stato acquisito e recuperato a fini ricettivi, determinando un circuito alternativo a quello degli alberghi, generalmente estranianti dalle realtà locali. L’uso attuale della chiesa di
S. Maria dei Poveri consente alla comunità di godere di un “centro
congressuale” attorno al quale possono svilupparsi servizi al turismo, e si
propone come esempio replicabile per il recupero di altri beni
storico-architettonici della città, come per esempio Palazzo Grimaldi o la
chiesa di S. Salvatore dentro le Mura. (Rosalind L. Cristina) Link alla Mostra Talenti da…
salvare MILITELLO ROSMARINO - LA CRIPTA DEI MORTI NELLA MATRICE I recenti lavori di restauro
che nella Chiesa Madre di Militello Rosmarino non hanno purtroppo riguardato
anche l’interessante Cripta dei Morti che occupa il succorpo del grande
edificio al livello dell’adiacente via Cesare Battisti, lì dove questa
raggiunge l’antico quartiere medievale del Castello. Tutto l’organismo venne eretto tra i secoli XVI e XVII, frutto probabilmente di una radicale ricostruzione – in proporzioni maggiori – di una preesistente cappella. L’interno, basilicale con ampia navata e monumentale transetto su cui affacciano rialzati il transetto e due grandi cappelle, conserva notevoli opere d’arte; gli ambienti inferiori, tra cui la Cripta per i depositi funerari in uso soprattutto fra i secoli XVII e XIX, sono in corrispondenza del fianco sinistro e posteriore della chiesa, avendo talvolta un collegamento (porta o finestre) con l’adiacente “via del Càssaro” e con la casa canonica. La Cripta è un ambiente a pianta rettangolare (3,15 X 6,85 mt) che si prolunga oltre un arco in un altro vano di 3,15 X 2,40 mt. Nelle pareti laterali si incidono 22 nicchie per la custodia dei corpi “monumentali”, al di sopra delle quali è una cornice cui appoggia la volta a botte. Per un corridoio e scala, su cui si apre un piccolo spazio per l’essiccamento dei cadaveri si accedeva attraverso una botola all’interno della chiesa. Allo stesso livello, separati però da notevoli spessori murari, si allineano altri ambienti: un magazzino con basso tetto carenato, un altro piccolo vano quadrato del magnifico portaletto in pietra, un interessante spazio che un tempo costituiva un portico aperto all’esterno e infine un Oratorio, con volta leggermente ogivale e altare in muratura, già in relazione con alcuni ambienti al piano terra della Canonica. Rimasta dunque nel secolare
stato di degrado, la Cripta bisognerebbe di un complesso intervento di
risanamento e merita un’opportuna valorizzazione, tenuto conto peraltro del
valore storico-architettonico e culturale posseduto. Una valida ipotesi di
fruizione è quella che vedrebbe l’utilizzazione degli spazi descritti e recuperati
come istituzione museale dove far convergere il patrimonio d’arte sacra
locale, che non gode al momento di idonea conservazione. D’altro canto è già
una importante realtà la rete dei Musei Diocesani, cui questo tassello
aggiungerebbe significato, anche per il pregio costituito dello stesso
contenitore. (Nuccio Lo Castro) MIRTO – MUSEO DEL COSTUME E DELLA MODA SICILIANA Originariamente casale appartenente alla terra di S. Marco, il piccolo centro nebroideo di Mirto visse un’importante fase di prosperità economica nel ‘500 e nel ‘600, grazie alla coltivazione del gelso ed alla produzione della seta grezza, introdotta in Sicilia dagli Arabi e sviluppata al punto che fra il XV e il XVIII secolo era la voce principale dei traffici commerciali che passavano per il porto di Messina. Fu in questo lungo periodo che si definì chiaramente lo spartiacque sociale fra l’aristocrazia terriera palermitana basata sulla monocoltura del grano e la vivacità della borghesia messinese legata al commercio. Alla fine del ‘700, la concorrenza delle sete piemontesi, lombarde ed orientali segnò l’inizio del declino della produzione siciliana e della sua progressiva perdita di peso nella bilancia commerciale. Di questa fase “crepuscolare” rimangono per certi versi delle testimonianze materiali. Negli anni ’90, i lavori di restauro dell’edificio civile più prestigioso di Mirto, Palazzo Cupane, e la decisione, da parte dell’Amministrazione comunale, di acquisire la collezione privata di abiti ed accessori appartenenti all’arch. Pippo Miraudo sono state le premesse determinanti per la creazione di quello che oggi è il Museo del Costume e della Moda Siciliana, sintesi mai completa di un’epoca e di un mondo dove protagoniste indiscusse furono proprio l’area di Demenna e la Valle del fiume Fitalia. Negli anni, la collezione del Museo è andata crescendo, grazie a donazioni e ad ulteriori acquisizioni con il risultato che, per un periodo compreso fra secoli XVIII e XX, sono in mostra più di 1000 pezzi comprendenti costumi, abiti, accessori ed una vastissima collezione di biancheria intima. È chiaro che la staticità di
una collezione è insufficiente a far vivere una realtà di questo tipo, ragion
per cui vengono sempre ideate nuove mostre tematiche nelle sale di Palazzo Cupane
ed all’estero (negli Stati Uniti ed in Brasile) e studiate nuove soluzioni
strategiche, come il gemellaggio con il Museo Mandralisca di Cefalù. E
tuttavia la crescita del Museo, la sua importanza sul piano
storico-culturale, la sua fama ed i suoi numerosi visitatori evidenziano
anche tutti i limiti di un’Istituzione Comunale con a disposizione i pochi
fondi che può destinarle un piccolo Comune. Se fosse regionalizzato, il Museo
potrebbe attingere a maggiori risorse finanziarie e migliorare sensibilmente
sul piano dell’organizzazione, della fruizione e, infine, della promozione. (Pippo
Miraudo) Link
alla Mostra Fuori dagli aghi comuni GIOIOSA GUARDIA L'attuale comune di Gioiosa
Marea fu fondato dagli abitanti dell’antica Gioiosa Guardia, un piccolo centro medievale che alla fine del
Settecento veniva progressivamente abbandonato. Questo antico insediamento,
di cui oggi rimangono solo alcuni resti, fu fondato nel 1364 su un’altura di
circa 800 m, in cui esisteva già un casale chiamato Zappardini. L’abitato,
pur tra le difficoltà di collegamento con la costa, crebbe intorno ad una
torre federiciana, Oppidum Guardiae
Jojusa, costruita in quel luogo per motivi difensivi, fino a contare,
secondo le fonti, quattro chiese ed alcuni oratori. Alla fine del XVIII secolo,
tuttavia, terremoti e carestie indussero gli abitanti, grazie anche al
cessare delle incursioni piratesche sulla costa, ad abbandonare
l’insediamento montano per fondare l’attuale Gioiosa, dove furono trasferite
alcune opere d’arte presenti negli edifici religiosi ed anche alcuni elementi
architettonici; l’abbandono di Gioiosa Guardia e le avverse condizioni
meteoriche, dovute alla particolare esposizione del sito, ne favorirono così
un veloce processo di degrado e ruderalizzazione. Oggi rimangono, dell’antico
insediamento, alcuni resti tra cui la torre difensiva - parzialmente
conservata seppur con gravi dissesti - parti della chiesa di S. Maria delle
Grazie, alcune cisterne e lo spiccato delle abitazioni; la strada principale,
posta su un crinale, consente di percorrerne i resti, anche se l’impianto
urbano è oggi difficilmente leggibile, a causa dei numerosi crolli delle
abitazioni, avvenuti dopo l’abbandono. Questo luogo conserva tuttavia
un notevole interesse, sia dal punto di vista storico ed architettonico, sia
naturalistico; di particolare rilievo sono infatti il valore paesaggistico
del sito - da cui si domina un lungo tratto di costa - e la profonda
integrazione dei ruderi col contesto ambientale; sono presenti anche alcuni
recenti scavi archeologici. Oggi, la tutela dei resti di
Gioiosa Guardia, conducibile attraverso la proposta di un intervento che miri
alla conservazione dei ruderi ed allo studio di opportuni percorsi
conoscitivi, potrà favorirne la fruizione, nell’ottica del recupero della
memoria storica di questo territorio. Solo con un tempestivo restauro,
infatti, si potranno impedire ulteriori crolli, favoriti dal veloce processo
di degrado in corso; lo scopo della proposta di intervento è, naturalmente,
la tutela del sito, inteso anche come testimonianza insediativa, fortemente
caratterizzata, dello stretto rapporto uomo-ambiente in epoca medievale. (Carmen
Genovese) BROLO - IL BORGO MEDIEVALE Il borgo medievale di Brolo
sorge su una rupe rocciosa, quasi a strapiombo sul lato verso il mare,
diradandosi dolcemente invece sul lato opposto. Si può supporre con molta probabilità che l’abitato medievale si sia sviluppato in seguito alla costruzione della torre, vivendo in dipendenza e in simbiosi con essa. Nulla però di certo si sa sulla datazione dell’impianto del castello. La più antica testimonianza documentale di esso, chiamato “Voab “, si trova in un privilegio del Gran Conte Ruggiero, datato 1094 (notizia confermata dallo storico R. Pirri nell’opera “Sicilia sacra”). La torre, in posizione focale e preminente rispetto al tessuto medievale, possiede una forma quadrata con annesso corpo cilindrico posto sul lato nord-ovest della facciata, per l’alloggiamento della scala elicoidale in pietra la cui funzione era quella di servire i vari piani fino all’arrivo sulla terrazza per l’avvistamento. Le abitazioni in pietra, dall’aspetto pittoresco, sono in parte addossate alla base tronco-piramidale del castello e in parte alla cinta muraria merlata che cinge il borgo. Al nucleo medievale vi si
accede attraverso un portale principale in pietra, posto a sud-est e da una
porta detta “fausa” a nord-est. Sull’arco del portale principale figura una
lastra di marmo rettangolare con quattro stemmi araldici della famiglia Lancia:
nel primo, una mezzaluna nella parte superiore e una scacchiera nella parte
inferiore; nel secondo un leone rampante; nel terzo tre pere; nel quarto otto
palle. Al disopra si trova un frammento d’iscrizione. Sul secondo arco, dal
quale si accede, con un passaggio coperto, nello spazio esterno attiguo al
castello, vi è un clipeo marmoreo con raffigurato un leone rampante e la
scritta “Principalior omnium”, riferimento da un diploma del re
Martino (1404) al barone Basco Lanza. Un tempo nel borgo vi era la chiesa di
S. Gerolamo, oggi non più esistente e di cui non si hanno notizie né sulla
sua origine né sulla sua ubicazione. Il borgo medievale, oggi menzionato tra più belli d’Italia, si presenta in discreto stato di conservazione, anche se in parte si sono trasformati alcuni caratteri originali delle abitazioni, a volte anche con elementi aggiunti che ne hanno fatto perdere la loro integra originalità. Risulta necessario ed
importante attivare interventi di recupero al fine di riuso delle casette in
stato di abbandono per assicurare il mantenimento dell’abitato, liberare il
contesto urbano da superfetazioni e salvaguardarne gli aspetti formali,
esaltare la sua valorizzazione, promuovendo iniziative pubbliche e private
volte alla riutilizzazione e quindi alla rivitalizzazione. (Roberta
Stancampiano) CAPO D’ORLANDO – IL MONTE DELLA MADONNA Nonostante la sua modesta altezza, il Monte della Madonna rappresenta, a Capo d’Orlando, una delle sue importanti valenze sul piano paesaggistico, naturalistico e culturale: da qui si ammirano panorami che spaziano dalla Rocca di Cefalù alle Eolie; significativa, la presenza di macchia mediterranea; alle sue pendici orientali si trova l’approdo naturale per le navi, utilizzato in epoche antiche; lo stesso sito del Monte dimostra frequentazioni fin dall’età del bronzo; infine, il pianoro sommitale ospita i ruderi di un castello (XIII sec.) e una chiesetta dedicata a S. Maria di Portosalvo (1599). L’attenzione di SalvalarteSicilia al Monte della Madonna risale al 2002. In occasione della tappa di Capo d’Orlando si evidenziarono le precarie condizioni complessive del rilievo, soggetto all’erosione del vento ed al dilavamento delle piogge, e soprattutto il grave dissesto del versante nord-est, il cui profilo era stato intaccato da lavori di sbancamento per la realizzazione di un parcheggio a mezza costa. Al contempo, si presentò una proposta di recupero di quel versante, tramite la ricostruzione dello strato vegetale e la piantumazione di essenze autoctone tipiche dell’ambiente mediterraneo, e di interventi per l’attenuazione dell’impatto estetico del muro di sostegno. Sull’onda dell’interesse
suscitato da Salvalarte, il Comitato cittadino “Salviamo il Monte” avviò una
sottoscrizione pubblica il cui ricavato è stato impiegato nell’impianto di
alberi per ‘mascherare’ il muro di cemento e di cespugli per consolidare
alcune zone della Collina. Intanto, il progredire del dissesto nella zona più critica faceva già temere per la stabilità della scalinata, percorsa da migliaia di fedeli in occasione della Festa di Maria S.S., patrona della Città. Ma proprio in queste ultime settimane, sono stati avviati e rapidamente conclusi i lavori per la messa in sicurezza della scalinata e di un tratto del versante nord-est. Questo importantissimo risultato si deve al costante impegno di Legambiente e del Comitato nel tenere viva l’attenzione, alla decisione dell’Amministrazione Comunale di emanare un’Ordinanza per l’esecuzione dei lavori ed alla generosità di due imprese locali che li hanno finanziati. Adesso occorre fare il resto,
completare cioè il disegno di restaurare l’intero versante nord-est,
ricostruendone il profilo ed il valore paesaggistico, secondo un progetto
organico, già approntato, la cui attuazione coinvolga la volontà e l’impegno
della comunità orlandina. Perché – è
bene ricordarlo – il Monte dalla Madonna costituisce un valore naturale,
culturale e identitario nel quale tutti gli abitanti si possono riconoscere. (Salvatore
Granata) S. ANGELO DI BROLO – LA CHIESA DI SAN FILIPPO E GIACOMO Ricca di sculture e di dipinti, la chiesa di San Filippo e Giacomo rappresenta uno dei più bei monumenti del patrimonio artistico di Sant’Angelo. Di stile seicentesco, fu (ri)costruita verosimilmente su iniziativa di Don Filippo Amato Angotta, principe di Galati e Duca di Asti. Il tempio, a croce latina e tre navate, ha una facciata
baroccheggiante, ravvivata da figure, animali e grandi cornicioni. Il sagrato
è selciato con pietra policroma, cavata dalla locale contrada Vetriolo.
All’interno, superata un’antiporta dorata del 1500, colonne monolitiche con
capitelli di vario stile dividono le navate. L’abside della navata laterale
sinistra racchiude l’altare del Sacramento, in marmo policromo ad intarsi, sormontato
da un dipinto su tavole, di epoca secentesca e di notevole valore artistico,
raffigurante la Pentecoste. Nell’abside della navata laterale destra si trova
un simulacro professionale della Madonna del Carmelo che risale al 1700, e un
quadro del martirio di San Sebastiano. In una vetrinetta è custodito un
bellissimo Ecce Homo in alabastro,
proveniente dal monastero brasiliano. Durante i lavori di restauro, eseguiti nel 1935, dal
pavimento della cappella venne rimossa la lapide del sepolcro di una nobile
santangiolese, morta in odore di santità nel sec. XVIII, Rosa De Martines,
dei baroni di San Giorgio, il cui corpo, intatto, si disfece al contatto con
l’aria. Sull’altare maggiore troneggia un gruppo ligneo dorato risalente al
1600, opera di un abile scultore siciliano, in stile spagnolo e con altissime
qualità mistiche ed espressive. La datazione dell’arredo, in parte rinascimentale,
sorregge l’ipotesi che il tempio non sia stato costruito ex novo
intorno alla metà del 1600, ma riedificato sulla base di una preesistente.
D’altronde, il campanile, a pianta quadrata e privo di cupola, è di epoca
precedente con il rosone, caratteristico dell’architettura rinascimentale che
lo riprese da quella gotica. Alla fine degli anni ’80 purtroppo il tempio è stato svuotato
per il restauro del tetto. Da allora molte delle opere d’arte ivi custodite
sono state trafugate o danneggiate durante un insensato metodo di trasporto
verso un deposito provvisorio. Le opere di restauro alquanto discutibili
mostrano un tetto realizzato con materiali moderni e tegole di volgare
fattura. Attualmente la chiesa versa in uno stato d’abbandono totale, mentre
le opere richiedono urgenti restauri prima di essere ricollocati al loro
posto d’origine. (Gianni Giuffré) SANT’ANGELO DI BROLO – L’ARCHIVIO L’intenzione
di presentare un progetto per la fondazione- archivio storico Saitta Basile
non nasce a caso. Ogni idea ha un suo corso di realizzazione ed un tempo non
quantificato per passare dall’immaginazione ad esempio pratico. Da decenni si
è parlato di quest’importante archivio privato, sicuro tesoro cartaceo e non
solo. Occasione della giornata dedicata ai progetti di Salvalarte di
Legambiente sarà l’input necessario per far partire un progetto che da
decenni non riusciva a trovare la chiave d’avvio. Questo contenitore di
informazioni storiche, di vita vissuta, di profili di uomini, di uno spaccato
di storia siciliana che va dal ‘700 fino ai nostri giorni verrà “tirato”
fuori nel modo più adatto. Una presentazione, un’esposizione di alcuni reperti,
una discussione sul valore storico, umano, politico e sociale, farà conoscere
i profili di personaggi santangiolesi che hanno segnato la storia di questo
centro nebroideo e porrà le basi per trovare la giusta sistemazione di questo
importante archivio. Basile era il senatore, patriota, magistrato Achille. Nato a Sant’Angelo il 28 ottobre 1832. Fin da giovane partecipò ai moti anti borbonici dando avvio alla nascita dei giornali reazionari La Favilla, l’Interprete assieme ad Alexandre Dumas jr, il Tremacoldo. Dopo la battaglia di Milazzo che combatté vicino a Garibaldi e la liberazione della Sicilia del 1860, ricoprì numerose ed importanti cariche che lo portarono prima, come prefetto a Girgenti, Parma, per 14 anni a Milano, Napoli, Arezzo ed infine a Venezia dove morì il 20 febbraio 1893. Uno dei suoi grandi meriti sta nell’avere conservato, con gelosa cura, tutti i documenti e gli scritti che gli competevano. Fra i quali lettere di Garibaldi, Cavour e di Crispi, suo fraterno amico. Infine un vasto epistolario intercorso fra lui e Giuseppe La Farina. Ma la fondazione contiene anche le opere dei due nipoti del senatore Basile: Achille ed Anita Saitta. Il primo valente giornalista, scrittore e commediografo. Si conservano oltre 26 sue commedie, alcune delle quali tradotte in diverse lingue ed interpretate nei più importanti teatri del mondo, radio drammi e varie opere letterarie. La seconda, poetessa e musicista, è ricordata in tutto il territorio, per la sua sagace ironia artistica e la toccante produzione dialettale di molti suoi lavori. Il tutto, rappresentato da migliaia di testimonianze di sommo interesse storico e culturale. Che appartengono al mondo santangiolese, per rispetto morale e anagrafico dei protagonisti di questa storia, che va rivissuta con la giusta realizzazione di una fondazione a loro dedicata. (Gianni Giuffré) |
IL PROGRAMMA Sabato 21 ottobre GALATI MAMERTINO Ore 10, Aula consiliare. Incontro per il recupero dei
ruderi del Castello e del nucleo originario del paese. SAN MARCO D’ALUNZIO
Ore 18, Chiesa Santa di
Maria dei Poveri. Inaugurazione della mostra d’arte contemporanea Talenti da…
salvare Domenica 22 ottobre MILITELLO
Ore 10, Centro sociale. Incontro pubblico per il
recupero e la riqualificazione della Cripta della Chiesa Madre MIRTO
Ore 17, Museo del Costume e della Moda Siciliana,
Inaugurazione della mostra Fuori dagli aghi comuni. Iniziativa per chiedere
la regionalizzazione del Museo. Lunedì 23 ottobre GIOIOSA GUARDIA Ore 10, visita alle rovine
della città abbandonata. GIOIOSA MAREA Ore 18, auditorium comunale,
conferenza “Percorsi conoscitivi per un’ipotesi di fruizione delle rovine di
Gioiosa Guardia”. Martedì 24 ottobre BROLO Ore 11, Castello dei Lancia,
incontro per la tutela e la valorizzazione del borgo storico. CAPO D’ORLANDO Ore 18, sala Cristo Re, conferenza “Il
recupero e la tutela del Monte della Madonna”. Mercoledì 25 ottobre SANT’ANGELO DI BROLO Ore 17, il restauro mancato: visita della
Chiesa barocca di San Filippo; ore 18, Palazzo della Cultura, presentazione
dell’archivio storico Saitta-Basile. |